Domenica delle Palme

Un mare di rami d'ulivo, palme intrecciate e, soprattutto, una folla immensa di fedeli. È con una partecipazione di popolo straordinaria e commossa che, questa mattina, la comunità di Amendolara Marina ha varcato la soglia della Settimana Santa.
I suggestivi riti della Domenica delle Palme hanno preso il via in una Piazza del Gesù gremita in ogni ordine di posto, proseguendo poi con una sentita processione verso la chiesa parrocchiale della Madonna della Salute, dove è stata celebrata la Santa Messa. A guidare la liturgia, concelebrata dal collaboratore parrocchiale don Franco Gimigliano e assistita dal diacono Vincenzo Gentile, è stato il parroco don Nicola Mobilio, che ha consegnato all'assemblea riflessioni di rara intensità.
Già durante i riti iniziali in piazza, prima di aspergere i rami d'ulivo, don Nicola ha voluto inquadrare il vero senso dell'ingresso a Gerusalemme: Gesù non è una vittima passiva degli eventi, ma il sovrano che sceglie la via del dolore nella totale libertà.
«Lui non subisce la passione, ma la vive per amore fino in fondo – ha spiegato il parroco –. Immaginiamoci anche noi come la folla di Gerusalemme: non agitiamo soltanto i rami che abbiamo tra le mani, ma diamo una scossa alla nostra stessa vita, facendola diventare il mantello su cui Gesù cavalca. Gridare Osanna significa dire 'Dio salvaci', riconoscendo che la salvezza non ce la procuriamo da soli, ma è un dono puro che ci viene fatto da Cristo in croce».
Giunti in chiesa, la lettura del Passio ha introdotto un'omelia profonda, incentrata sul rischio di vivere i prossimi giorni santi facendosi trasportare solo dalle emozioni.
«Il rischio è che questa settimana sia dettata più dal romanticismo che dalla fede – ha ammonito don Nicola –. La liturgia ci invita a fare un salto: passare dal semplice devozionismo a una fede seria e autentica. Se si potesse cambiare nome a questa giornata, il più bello sarebbe 'Domenica della fedeltà'. È la fedeltà di Dio che si consegna per noi, non trattenendo gelosamente la sua divinità ma svuotando se stesso, e deve diventare anche la nostra fedeltà, capaci di donare la vita senza egoismi».
Il parroco ha poi messo in guardia dalla volubilità umana, ricordando come sia facile passare dall'entusiasmo della festa al tragico grido «Crocifiggilo!» del Venerdì Santo, quando la folla preferì liberare Barabba (che in aramaico significa, ironicamente, "figlio del padre") condannando il vero e unico Figlio del Padre.
L'affondo finale è stato dedicato a un dettaglio struggente dei Vangeli: lo schiaffo dato a Gesù dal servo del sommo sacerdote, collocato proprio dopo il triplice rinnegamento di Pietro.
«Sapete perché lo schiaffo materiale arriva in quel momento? Perché il vero schiaffo, quello che ha fatto più male e ha fatto soffrire davvero Gesù Cristo, è stato lo schiaffo affettivo: l'abbandono, il tradimento, il sentirsi lasciato solo da chi avrebbe dovuto accompagnarlo fino in fondo. Oggi è facile osannarlo, in questo clima di gioia. Ma il mio augurio – ha concluso don Nicola – è che venerdì prossimo, nonostante il silenzio apparente di Dio e la morte in croce, noi ci saremo. Che sotto quella croce non lo abbandoneremo, ma lo accompagneremo fino a Pasqua, facendogli sentire tutta la nostra vicinanza e il nostro affetto. Questa è la vera Settimana Santa».
Nunzio Bartolini
Responsabile Comunicazione
