Domenica della Divina Misericordia

12.04.2026
In copertina: Incredulità di San Tommaso, Michelangelo Merisi da Caravaggio (1601-1602).
In copertina: Incredulità di San Tommaso, Michelangelo Merisi da Caravaggio (1601-1602).

La pace che sconfigge la paura, le ferite che diventano fessure d'amore e la grandezza di una fede che non ha bisogno di «toccare» per credere. In questa II Domenica di Pasqua, dedicata alla Divina Misericordia, la parrocchia di Amendolara Marina ha vissuto una celebrazione eucaristica di profonda intensità spirituale.

A presiedere la Santa Messa è stato il collaboratore parrocchiale don Franco Gimigliano, che ha fatto le veci del parroco don Nicola Mobilio, assente per impegni pastorali, in quanto fuori sede per accompagnare i giovani della diocesi nel weekend vocazionale.

L'omelia di don Franco ha guidato l'assemblea all'interno del Cenacolo, fotografando una comunità di discepoli spaventata e ferita.
«È una comunità che si è chiusa dentro, che ha deluso, in cui manca Giuda e in cui c'è un Tommaso che non ha ancora il coraggio di uscire per le strade», ha esordito il sacerdote. «Eppure, è proprio in questo luogo di paura che Gesù appare. Entra a porte chiuse perché il suo corpo glorioso ha ormai infranto le leggi della fisica, del peccato e della morte».

La prima parola pronunciata dal Risorto è Pace. «Attenzione, non è una pace mondana, non è quella dei finti trattati politici», ha sottolineato don Franco. «È lo Shalom di Dio, l'unica pace vera e possibile in questo mondo segnato da guerre e risse. È una pace che deve crescere nei nostri cuori, perché senza di essa ci saranno sempre conflitti».

Un passaggio centrale della riflessione è stato dedicato ai segni della Passione che Gesù conserva nel suo corpo risorto.
«Il dolore, le sofferenze e le esperienze dolorose della nostra vita lasciano dei segni. Ma Gesù ci mostra che le ferite non spariscono, restano», ha ricordato il celebrante. «Gesù mostra continuamente al Padre le sue piaghe per intercedere per noi. È guardando a quelle piaghe gloriose che capiamo il significato dei dolori che abbiamo attraversato: il dolore non è mai la fine, ma un passaggio verso la risurrezione».

L'attenzione si è poi spostata sulla figura di Tommaso, l'apostolo che ha bisogno di prove pratiche. Gesù acconsente alla sua debolezza materiale, ma rilancia con una frase rivolta alle generazioni future.
«Gesù dice: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto»», ha spiegato don Franco rivolgendosi ai fedeli. «Quei beati siamo noi. Gli apostoli sono stati fortunati a mangiare, bere e toccare Gesù. Ma noi siamo ancora più beati, perché pur senza averlo visto fisicamente, noi crediamo in Lui e Lo amiamo. Questa è la vera grandezza della nostra fede».

In conclusione, riallacciandosi al tema della festa istituita da San Giovanni Paolo II, don Franco ha citato le parole rivelate da Gesù a Santa Faustina Kowalska, ricordando a tutti la potenza del sacramento della Riconciliazione.
«Gesù dice a santa Faustina che il confessionale è il tribunale della misericordia, dove avvengono miracoli continui», ha concluso don Franco con tono accorato. «Non servono grandi pellegrinaggi: basta mettersi con fede ai piedi del confessore. Anche se un'anima fosse in decomposizione come un cadavere, umanamente senza alcuna possibilità di risurrezione, per Dio non è così. Il miracolo della Divina Misericordia susciterà in lei la vita in tutta la sua pienezza».


Nunzio Bartolini

Responsabile comunicazione

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