Domenica di Pasqua

La luce del mattino di Pasqua ha squarciato definitivamente le tenebre del Venerdì Santo, portando gioia e speranza nella comunità di Amendolara Marina. Una chiesa gremita ha partecipato con profonda emozione alla solenne celebrazione eucaristica della Domenica di Risurrezione, presieduta dal parroco don Nicola Mobilio e concelebrata dal collaboratore don Franco Gimigliano e dal diacono Vincenzo Gentile.
L'omelia di don Nicola ha preso le mosse proprio dal tempo e dal calendario, sfatando una convinzione ormai radicata nella società moderna. «Il Vangelo ci dice che le donne vanno al sepolcro il primo giorno della settimana. Dire 'Giorno Uno' significa dire che la Pasqua inaugura un tempo che ormai sa di eternità – ha spiegato il parroco –. Il mondo civile e laico ha distorto il senso del tempo, convincendoci che la settimana inizi il lunedì. Ma teologicamente e biblicamente il primo giorno è la Domenica. Noi viviamo dal lunedì al sabato e mettiamo la domenica alla fine, come fosse un rimasuglio. Ma per noi credenti è la Domenica che dà il via, l'input a tutta la settimana. Ogni domenica noi veniamo qui per fare l'esperienza del Risorto: la Pasqua annuale di oggi non avrebbe senso senza la Pasqua settimanale».
Il cuore della riflessione si è poi spostato sull'esperienza vissuta davanti al sepolcro vuoto, analizzando i tre diversi modi di "vedere" dei protagonisti.
Maria Maddalena si ferma a un guardare fisico e superficiale, restando fuori, con il buio ancora nel cuore. Pietro entra, ma vede in modo freddo e razionale, cercando di calcolare il mistero. Il discepolo amato (Giovanni), invece, vede e crede.
«Perché il discepolo amato crede? Perché riesce a vedere nell'assenza di Cristo la presenza del Risorto – ha sottolineato don Nicola –. Vede i teli afflosciati, sgonfiati, come se il corpo fosse stato aspirato da un intervento divino. È l'amore che gli fa vedere questo. E c'è un dettaglio stupendo: Giovanni corre, divora la strada e arriva per primo perché è spinto dall'amore, ma poi aspetta Pietro. La nostra fede oggi è spesso una corsa a chi deve primeggiare, a chi deve gareggiare. Invece la fede ha i suoi tempi. Ognuno arriva in base al proprio cammino: non esistono gare o scontri. Rispettiamo la gradualità dell'incontro con il Risorto».
Prima della benedizione finale e dopo aver ringraziato tutti coloro che hanno lavorato senza sosta per la perfetta riuscita dei riti della Settimana Santa, don Nicola ha voluto consegnare alla comunità un augurio pasquale estremamente concreto, quasi una "regola di vita" per i giorni a venire.
«Gesù risorge con la sua umanità, non è un fantasma, porta i segni della passione nel suo corpo trasfigurato», ha esordito don Nicola. «Per questo, il mio augurio è che la Pasqua ci aiuti a essere sempre più umani. Umani significa ripartire dai piccoli gesti: un sorriso, un abbraccio, una carezza. Se possibile, lamentiamoci un po' di meno e tentiamo di criticarci di meno».
L'umanità, ha ricordato il parroco, è la base su cui attecchisce la spiritualità: «A volte ci si incontra per strada e, al momento del saluto, dall'altra parte, ci sbranano come dei pitbull! Impariamo da Cristo Risorto».
«I problemi ci sono e li abbiamo tutti – ha poi aggiunto con forza – ma quando ci incontriamo, facciamo vedere che il Venerdì Santo è passato. La gioia del Risorto deve avere il primato sui problemi. Se restiamo legati ai problemi, saremo sempre legati a quel sepolcro».
Da qui, l'invito finale: «Cristo il sepolcro lo ha lasciato vuoto: abbiate sempre uno sguardo alto e altro», ha concluso don Nicola.
Nunzio Bartolini
Responsabile Comunicazione
