Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Una chiesa gremita, la presenza emozionata dei bambini che hanno ricevuto la Prima Comunione qualche domenica fa e le strade della Marina di Amendolara addobbate a festa per il passaggio del Santissimo Sacramento. È così che ieri, domenica 7 giugno, la comunità di Amendolara ha vissuto la solennità del Corpus Domini, con una solenne Celebrazione Eucaristica presieduta dal parroco don Nicola Mobilio e concelebrata da don Franco Gimigliano e dal diacono Vincenzo Gentile, a cui è seguita la tradizionale processione.
Eppure, dietro la bellezza della celebrazione e dei riti, si nasconde una provocazione fortissima che don Nicola ha voluto consegnare a tutta la parrocchia durante l'omelia. Una riflessione cruda, onesta e necessaria sul senso stesso del rapporto con l'Eucaristia.
«Chi mangia me, vivrà per me», dice Gesù nel Vangelo. E proprio da questa frase è partita la riflessione del parroco. «Mangiare il corpo di Cristo non è un atto fisico, non è fare una passerella. Mangiare Cristo significa assimilarlo a tal punto che la Sua logica deve diventare la mia», ha spiegato don Nicola.
Spesso, ha ricordato il parroco, si va a fare la Comunione per abitudine, senza rendersi conto di Chi si sta ricevendo. «La vita del cristiano, se confrontata all'Eucaristia, deve cambiare. Se l'Eucaristia non diventa il senso profondo di ogni nostra pastorale, tutto il resto non serve: diventiamo solo una realtà sociale, e la Chiesa non ha bisogno di realtà sociali. Ha bisogno dell'Eucaristia».
Don Nicola ha poi invitato a un vero esame di coscienza sul modo di vivere la Messa: da come ci si prepara (quante volte si entra in chiesa parlando come se si fosse in piazza?), a come ci si comporta tornando al banco dopo aver ricevuto la Comunione. Se il Corpus Domini non cambia queste abitudini, «diventa solo una sceneggiata».
Il secondo, potentissimo passaggio dell'omelia ha riguardato l'aspetto comunitario. Citando San Paolo, don Nicola ha ricordato che chi non riconosce il corpo di Cristo (cioè il fratello) mangia e beve la propria condanna.
«Noi spesso ci confessiamo le bugie o le parolacce, ma il peccato più grave è non riconoscere mio fratello. Se io vado a fare la Comunione, dico "Amen", ma nel mio cuore c'è rancore, invidia o voglia di essere migliore dell'altro, io sto tradendo l'Eucaristia. E allora possiamo anche uscirne felici, fare le processioni più belle... ma cosa resta?». La vera sfida è diventare donne e uomini capaci di donarsi, di perdonare e di fare propria la logica dell'accoglienza.
Alla fine della Messa, prima di impartire la benedizione e dare il via alla processione, don Nicola ha offerto un'ulteriore e toccante riflessione, legata alla terribile e disumana strage dello scorso 1° giugno, che ha sconvolto la comunità di Amendolara: la tragica e atroce morte dei braccianti agricoli, vittime dello sfruttamento e della piaga del caporalato.
«Questa mattina ho fatto un'intervista e mi è stato chiesto come la Chiesa può essere vicina a queste realtà di dolore», ha confidato don Nicola. «L'Eucaristia ci insegna che non dobbiamo accorgerci di chi soffre solo quando accadono le stragi, per poi fare la gara a chi alza la voce più forte, come quando si cerca di essere buoni solo a Natale. È troppo facile. La vicinanza deve essere silenziosa e quotidiana. Una realtà di sfruttamento come questa esiste da decenni. Stare dalla parte di chi lavora e soffre deve avvenire nel quotidiano. Ognuno, nel suo piccolo, deve prendersi a cuore i propri fratelli ogni singolo giorno. Accorgerci di loro solo dopo che sono morti non ha senso, perché nessuno li riporterà in vita».
È questo il mandato forte che lascia il Corpus Domini di quest'anno: non costruire la propria fede sulla sabbia delle apparenze o sull'indignazione del momento, ma sulla roccia salda di un amore eucaristico, vissuto nella verità, nella giustizia e nella carità di tutti i giorni.
Nunzio Bartolini
Responsabile comunicazione - Parrocchia Madonna della Salute
